Erik Davis :: Radici e cavi :: Maggio 2018 :: Rizosfera edizioni :: collana digitale «I forti dell’avvenire» :: SF014 :: Traduzione di Claudio Kulesko e Letizia Rustichelli :: Copertina e grafica – Gabriele Fantuzzi.

Una cosa è chiara: il sistema cartesiano di coordinate non è più sufficiente, sia come modello concettuale centrale, sia come modello tattico per gli spazi che ci circondano e ci plasmano. Servono pieghe più complesse, terreni più permeabili, disorientamenti più capaci. Servono modelli che siano utili per spazi intensivi ed estensivi, per vuoti e per consistenze materiche.” (Erik Davis, Radici e cavi).

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Una cosa è chiara: il sistema cartesiano di coordinate non è più sufficiente, sia come modello concettuale centrale, sia come modello tattico per gli spazi che ci circondano e ci plasmano. Servono pieghe più complesse, terreni più permeabili, disorientamenti più capaci. Servono modelli che siano utili per spazi intensivi ed estensivi, per vuoti e per consistenze materiche. Servono immagini e allegorie che possano proporre, in qualche modo, le aperte molteplicità e le reti complesse che stanno in agguato all’orizzonte di pensiero ed esperienza, così come lo sono i vasti iperspazi nelle principali cosmologie fantascientifiche.

Erik Davis

Radici e cavi

Pensiero polimetrico e improvvisazione dub

di Obsolete Capitalism

Questo testo del 1996 di Erik Davis riveste una straordinaria im- portanza per questa collana editoriale e per il pensiero della Rizosfera. Nonostante i suoi 22 anni di età, non ha perso nulla della propria acutezza e visionarietà. Se è vero che mantiene un’accattivante vibrazione anni ‘90, il saggio dello scrittore californiano ha un grande merito, secondo la prospettiva metamatica dei forti dell’avvenire: attualizza il pensiero deleuziano allo «splendore poliritmico» delle culture afro-diasporiche del tardo novecento e del nuovo secolo.

Per essere ancora più espliciti: nel corso degli anni ‘90, in concomitanza con la morte di Guattari (1992) e Deleuze (1995), l’approccio degli studiosi al pensiero rizosferico si stava cristallizzando in una lettura troppo rigida e testuale delle pagine di Mille piani e, soprattutto, del piano 1837 Del Ritornello. La ripetizione senza di erenza di quelle pagine meravigliose non rimase senza conseguenze: il discor-so musicale sembrava mummi cato negli itinerari troppo francesi del rapporto lineare di Proust, Varèse, Messiaen e Boulez con il mondo austriaco-tedesco di Schumann, Wagner, Schönberg, Berg, Mahler, Stockhausen. Questa discendenza culturale era appena corretta, in Mille piani, da un altro approccio musicale, allora egemonico, nella nuova sinistra degli anni ‘70 del Novecento: il rapporto tra improvvisazione, alea, e musica contemporanea occidentale. Era l’irrompere in Mille piani dell’ondata americana di Cage e dei minimalisti, Reich, Riley e Glass, squisitamente allargata ai compositori italiani Bussotti, Nono e Berio. C’è però un non detto, o un non sentito, nelle mirabili pagine di 1837 Del Ritornello : l’esplicita mancanza di riferimenti puntuali allemusiche minori, altrettanto polimetriche di quelle di Cage o Schönberg, e in particolare di quei ritmi e suoni provenienti dal mondo vastissimo della cultura nera, sia africana che americana. Per non citare la mancanza, in Mille piani, di altre grandissime tradizioni musicali non europee come, ad esempio, le musiche indiane o arabe medio-orientali. La completa mancanza, nel divenire minoritario del Ritornello, di tutta la sperimentazione musicale, al di sotto della tradizione accademica, rappresentata genericamente dal pop non mainstream e dai fenomeni sonori dell’underground occidentale, come la musica elettronica nelle sue varie forme contemporanee e sotterranee, accresce il pericolo di un precoce invecchiamento e inaridimento del testo Mille piani.

Il nuovo concetto di Ritmo, coniato da Deleuze e Guattari, e poi ripetuto dalla prima ondata di commentatori, sembra rimanere an- cora troppo europeo, bianco, maschile, accademico, elitario. Negli anni ‘90 Achim Szepanski, Kodwo Eshun ed Erik Davis si incaricheranno diattualizzare le linee sonore minori con il nucleo rivoluzionario del pensie- ro rizomatico, la loso a del Ritmo e del Caos, presente in Mille piani. In particolare, l’asse anti-cartesiano e anti-ordo geometricus di Erik Davis porta il suo testo ad un eccellente contro-tempo ritmico tra la filosofia rizosferica e lo «splendore poliritmico» di musiche against the beat contemporanee quali il dub e il drum and bass. Ridisegna un nuovo linguaggio, un vero e proprio esperanto sonoro, cioè un nuovo asse urbano sotterraneo, tra crude dimensioni metropolitane, linee rizomatiche afro-diasporiche e musiche africane polimetriche e poliritmiche.

È dunque grazie alla portata rivoluzionaria di testi come Roots and Wires che oggi riusciamo nalmente a disegnare una potente linea astratta tra la loso a caosmotica di Deleuze, Nietzsche e Guattari, la rizo-intellettualità creola e caraibica di Glissant e Gilroy, le nuove musiche elettroniche minoritarie glie del mondo cyber globalizzato, e il patrimonio ritmico polimetrico, ricchissimo e ancestrale, delle culture tradizionali africane, in particolare dell’Africa occidentale. Emerge dal testo di Erik Davis una nuova forma di pensiero non metrico che rovescia la «scienza generale» dell’ordine e della misura.

Come delineato nella chaos-opera Chaos Sive Natura, noi consideriamo questo pensiero non metrico il prodromo per nuovi modi di esistenza a favore di tempi e uomini non pulsati.

Biography

Erik Davis è uno scrittore americano, nato in California (1967),specializzato in ciò che potremmo de nire tecnocultura esoterica contemporanea. Dopo aver studiato filosofia e letteratura a Yale, ha lavorato per sei anni come giornalista freelance a New York, per poi ritornare a S.Francisco, dove vive attualmente. E’ autore di quattro libri – Nomad Codes: Adventures in Modern Esoterica (Yeti, 2010), The Visionary State: A Journey through California’s Spiritual Landscape (Chronicle, 2006), con il fotografo Michael Rauner, e per la serie 33 1/3 il volume Led Zeppelin IV (Continuum, 2005); TechGnosis: Myth, Magic, and Mysticism in the Age of Information (Crown, 1998) rimane il suo libro più conosciuto, un vero e proprio classico dei media studies. In Italia sono stati tradotti due suoi libri: Techgnosis (Ipermedium, 2001) e Codici nomadi (Ipermedium, 2014). Numerosi i saggi, le prefazioni e gli articoli pubblicati per riviste, tra le quali vogliamo ricordare Wired, Rolling Stones, Spin, Slate, LA Weekly e Village Voice. Per seguire Davis nella sua produzione più recente, segnaliamo il suo blog personale Techgnosis (https://techgnosis.com)